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L’imperativo della conoscenza

Carlo Alberto TreguaCarlo Alberto Treguadi Peppino Maisano

Di questi tempi non capita spesso poter dire di aver letto un bell’articolo come quello dal titolo “Il cervello non ha età”-di Carlo Alberto Tregua - pubblicato a pag. 69, nel N. 3 marzo 2019, di questa rivista Lion. L’articolista ha ben dosato, da esperto operatore della carta stampata, tutti gli ingredienti necessari per rendere appetibile un argomento che dal solo titolo si preannuncia assai ghiotto.

In primo luogo, ha parlato della dietetica alimentare, spiegata come problema socio-civile inserito all’interno del quadrante dell’etica e dei valori; secondo, con affaccio timido ma denso ed esaustivo, ha chiarito, in modo quasi elementare, come e perché il corpo umano deve educarsi al “vivere sano” costruendosi quotidianamente il “buonumore” per mantenere lucido il cervello, organo essenziale che assicura una vita sempre operosa e di tardivo invecchiamento; terzo e infine, a chiusura del pezzo, si è soffermato sul fenomeno dei poveri spiegandolo sotto il duplice profilo della carenza e deficienza nutrizionali, invitando e suggerendo a chi possiede una maggiore quantità di “Saperi” l’“avere l’altruismo di comunicarli agli altri”.  

Sull’ultimo punto, quello dei poveri, vale la pena ampliare il discorso adombrato da Tregua, senza però irretirsi nelle ipocrisie e negli infingimenti se la logica e le parole conducono spontaneamente nel campo della riserva politica. Non c’è niente da scandalizzarsi perché, in fondo, quale tematica sociale, a ben pensarci, tra quelle che angustiano oggi le società di tutti i Paesi del Mondo, contiene in sé tanta specificità politica e interferisce più della problematica dei poveri e più in generale della povertà, intesa sotto il profilo delle dinamiche culturali che riguardano un popolo?

I poveri, con chiara evidenza, non vivono la loro umiliante, raccapricciante, odiosa condizione per propria determinata scelta. Una società arida e bieca, specchio di un potere cinico e sordo, spesso assente ed estraneo dalla quotidianità in cui la gente vive all’interno di specifiche realtà di determinati Paesi, ha creato sacche di poveri ghettizzati, relegati nell’incapacità di fare sentire la propria voce. Poi si sa come succede, rialzarsi non è affatto facile, perché nessuno ti aiuta; e non sempre aggrapparsi e sollevarsi per evitare gli ostacoli e superarli è impresa agevole. Ci vorrebbe la mano di chi governa e dispensa, che però non può osare, nè muoversi, perché viene fermata sempre dal contrario interesse del benessere esagerato che frena e impedisce a esclusiva difesa dei propri particolari vantaggi.

In questi ultimi mesi qualcosa timidamente sta muovendosi verso i poveri di casa nostra, ma non sfugge a nessuno quante difficoltà e l’allarme generale che il tentativo di dare una mano a chi non ha, per aiutare, sta sollevando. Tutte le catastrofi sembrano all’improvviso abbattersi sul nostro Paese per il semplice motivo che nessuno vuole rinunciare a niente di ciò che ha, e perché gli eventi vengono raccontati distorti accompagnati con note di falsa drammaticità. Fino a prefigurare l’avvento prossimo del disastro coinvlgente tutti, e a rappresentare i veri poveri, quelli che tutti noi conosciamo perché ci stanno spesso molto vicini, come un’orda di fannulloni riversi su morbidi divani, gioiosi e sardonici, in attesa della pubblica beneficienza.

     Per la povertà più ampia, quella di dimensioni globali tramutata in accoglienza, si sta muovendo con inusitato vigore la Chiesa di Francesco, ma non si può dire ancora con quali concreti risultati. Però, il Papa continua a muoversi senza tentennamenti, stante anche l’aperto mugugno che arriva da qualche latitudine a noi vicina e un tempo amica, dove non si vede più di buonocchio l’apertura delle porte ai viandanti con il carico della miseria che si portano dietro

Se come lions intendiamo porgere una mano, nel senso di dare una spinta efficace per combattere anche noi in favore dei poveri per ridurre la miseria, mettendoci finalmente in linea con i principi etici statutari, dobbiamo invertire la rotta fin qui seguita. Non serve più offrire il pesce, necessita insegnare a pescare! Come? Incominciando intanto a eliminare tante iniziative convegnistiche piene zeppe di parole vuote e inconcludenti, e vvicinarsi di più agli “strati medio-bassi”, per iniziare a trasmettere le indispensabili conoscenze che loro mancano, di cui hanno tanto bisogno, per assicurarsi una serenità più certa in un futuro migliore.