Mi chiamo Filippo Scavarda, ho 36 anni e abito a Ivrea (TO). Per anni ho custodito un sogno nel cassetto: girare il mondo in bicicletta. Poi, come spesso accade, la vita “adulta” ha preso il sopravvento tra scadenze e routine, ma anche cose belle come conoscere la mia futura moglie e lavorare in una realtà che mi ha fatto crescere molto a livello umano e quindi quel sogno è rimasto lì a prender polvere.
Ma i sogni sanno aspettare. A gennaio 2026 ho deciso che era il momento di riprendere in mano il timone della mia vita: mi sono dimesso e ho trasformato quel “giro del mondo” in qualcosa di più intimo, ma non meno epico: attraversare l’Italia da nord a sud, dai piedi delle Alpi al cuore della Sicilia.
Un sogno che arriva da lontano
Prendere questa decisione non è stato semplice, lasciare un lavoro sicuro con contratto indeterminato, staccarmi dai miei famigliari per settimane e lanciarmi in un’avventura nuova per me è stato un salto nel vuoto. Questo è il mio primo cicloviaggio a lunga percorrenza, prima di pensare a questo, nel passato ho fatto un’esperienza sulla Ciclovia della Valtellina e anni fa senza avere una mezzo adeguato o equipaggiamento consono sono partito con la mia bici da corsa e uno zaino di 10 kg in spalla con tenda, vestiti, acqua e panini per arrivare in Liguria, a Savona. Furono due giorni bellissimi ma dal punto di vista ciclistico fu un disastro, schiena, mani e fisico rotti. Evidentemente non era ancora il momento…
Ma la bici è stata sempre il mio mezzo di trasporto preferito! Fin da piccolo, quando abitavo in una valle con salite ripide e strade impervie è stata sempre una sfida per me arrivare ogni volta più lontano pedalando, da bambino io e mia sorella abbiamo consumato gomme e fatto solchi nei prati a forza di km nel cortile; anche quando ho iniziato a lavorare ho sempre prediletto la bici come mezzo di spostamento; i miei colleghi mi vedevano come un “pazzo”, scendere da una valle e risalire la sera per loro era fatica, per me era pura poesia e libertà.
La partenza
Il 23 marzo il sogno si è fatto strada… Quasi all’alba, complice Ciro, un mio caro amico che ha stappato una magnum beneaugurante della bolla di Lucci (produttore di vino in Canavese), ho rischiato di partire un po’ bevuto. La presenza di moglie, amici e bici è stata immortalata negli scatti di Maurizio Gjivovich, fotografo professionista amico dell’oste e convocato appositamente.
E proprio grazie Ciro, titolare a Ivrea dell’enoteca VINO e Dintorni, il mio percorso si è intrecciato (e continua a farlo) col mondo del vino, con tante aziende piccole o famose che erano le più vicine al mio itinerario. È stato come voler raddoppiare storie, emozioni e incontri per ogni singola tappa*.
Giorno ZERO
Ho fatto un respiro, salutato la mia famiglia e amici, dato un bacio a Trisky, ossia mia moglie, e accompagnato da un paio di amici in bici sono partito per un pezzetto della prima tappa, che prevedeva 90 km e come meta il Monferrato. Sono sceso a tutta birra sopra la mia Cinelli Hobootleg verde militare carica come un mulo (bici + equipaggiamento contano 40kg) lungo la via più bella di Ivrea che nessuno percorre perché in salita, Via Arduino. Ad attendermi 3.000 chilometri, circa due mesi di tempo e l’obiettivo di raggiungere Palermo percorrendo il più possibile ciclovie, cammini e strade secondarie. Sulla carta avevo un itinerario preciso, ma la strada ha deciso diversamente. Dopo pochi giorni ho capito che seguire una traccia GPS era limitante; ho iniziato a seguire il cuore e, soprattutto, i consigli della gente incontrata nei bar, nelle piazze e lungo i sentieri.
Un mosaico di ciclovie e fango
In 38 giorni di viaggio ho visto l’Italia cambiare pelle e luce decine di volte. Attualmente il mio conta km segna 2700 km percorsi, 30.000 m di dislivello positivo, 150 ore in sella e tante calorie bruciate. Ho percorso un tratto della via Francigena piemontese, mi sono lasciato cullare dalla pianura lungo la VenTo e la Via Emilia, per poi immergermi nella spiritualità del Cammino di San Francesco. Ho affrontato le pendenze della Ex Ferrovia Spoleto-Norcia e della Assisi-Spoleto, per poi farmi incantare dall’Adriatico sulla Via Verde dei Trabocchi e dalla Ciclovia Adriatica.
Attraversando la Puglia sulla Francigena del Salento, risalendo la Ciclonica e assaggiando il Viaggio Lucano, sono arrivato oggi alla spettacolare Ciclovia dei Parchi della Calabria, finita questa andrò in Sicilia per conquistare l’Etna e finirò il mio viaggio percorrendo la Sicily Divide. Per adesso ho affrontato: fango che bloccava le ruote, neve inaspettata, sabbia, strade interrotte e pendenze da capogiro, pioggia, grandine e vento. Ma la fatica svanisce davanti alla bellezza che solo la lentezza sa regalare.
Un’accoglienza oltre ogni aspettativa
Partivo con l’idea di vivere in completa autosufficienza, bivaccando nel mio piccolo spazio per la tenda. Ma il viaggio si è trasformato in un’esperienza antropologica straordinaria. Il mio percorso si è inizialmente intrecciato con il mondo del vino, portandomi a conoscere splendide aziende vitivinicole lungo tutta la penisola.
Tuttavia, la rete dell’ospitalità si è allargata in modo sorprendente. Non solo vigneti: sono stato accolto da produttori di olio, zafferano, allevatori di mucche, realtà alternative come comuni e ecovillaggi e persino da chi produce miso (e in Italia esistono solo 3 realtà che lo fanno). Ho condiviso il tempo con pastori di pecore, passanti, fruttivendoli (dove acquistavo una mela e una zucchina… e molto spesso dopo aver pagato meno di un euro, mi infilavano nel sacchetto una banana o una verdura in regalo).
Ho chiacchierato e conosciuto commercianti, operatori del turismo e anziani che per caso incontravo nelle piazze dove mi fermavo ogni tanto per riempire le borracce o riposare qualche istante. Con loro erano e sono i momenti migliori… Gli anziani sono ricchezza che non ha valore i racconti, i momenti migliori li ho vissuti con loro, mi hanno fatto commuovere, ridere, arrabbiare e sognare in tantissime occasioni.
Ho bivaccato nei giardini, in un lavandeto, cucine, garage , prati, vigne, uliveti, frutteti o portici dei B&B che hanno sposato la mia causa e sono stato ospitato da semplici privati che, pur essendo io uno sconosciuto, mi hanno aperto le porte di casa propria.
Quello che doveva essere un semplice “chiedere un posto per la tenda” è diventato un racconto di volti e storie. Ogni regione mi ha lasciato a bocca aperta: dal bicchiere di acqua o di vino offerto dopo una salita spacca-gambe, al calore di una cena condivisa con chi ha deciso di offrirmi un letto invece di un prato. Ho tanto da raccontare su questi incontri che ogni volta diventano per me un ricordo indelebile come un tatuaggio, quindi ho deciso di iniziare un blog sul viaggio incentrato sulle persone e l’ho chiamato “PEDALÙ” come il nome del mio progetto di percorrere il nostro bellissimo paese da capo a coda.
Perché la bicicletta?
In auto tutto è asettico, veloce, filtrato da un parabrezza. In bici sei dentro il paesaggio. Senti il profumo della terra che cambia, avverti sulla pelle il passaggio dai sei gradi della partenza al calore del sud. Ho pedalato sotto la pioggia, la nebbia, il vento e la grandine. Ogni condizione climatica mi ha ricordato che siamo parte della natura, non semplici osservatori. Il mio viaggio non è una gara. È un modo per riscoprire i borghi e le persone alla “velocità dei pedali”. Ora che la meta si avvicina, con la Sicilia all’orizzonte e la “Sicily Divide’” che mi aspetta, porto con me un bagaglio leggero di peso ma pesantissimo di emozioni. Ho imparato che l’Italia è un paese stupendo, non solo per i paesaggi, ma per l’umanità che resiste e ti accoglie con un sorriso.
Buona strada a tutti,
[Filippo Scavarda]

