L’Umanoico”, a Palmi il dialogo sull’uomo nell’epoca della tecnica: tra studio, desiderio e resistenza umana

Non una semplice presentazione letteraria, ma un confronto attuale sul destino dell’uomo in un tempo attraversato da algoritmi, automazioni e intelligenza artificiale. È questo il tono che ha caratterizzato l’incontro dedicato a “L’Umanoico”, il libro di Raffaele Mortelliti, presentato il 12 marzo presso Bacca Nera – Enoteca Gastronomica nell’ambito dell’iniziativa “Conversazioni intorno a un calice”.

A dialogare con l’autore è stata Mimma Sprizzi, mentre Valentina Caratozzolo ha accompagnato la serata con la lettura di alcuni brani del volume, restituendo al pubblico il ritmo di un testo che intreccia filosofia, osservazione del presente, tensione poetica e riflessione critica sul rapporto tra uomo e macchina.

Nel corso dell’incontro è stato ricordato anche il profilo di Mortelliti: analista e giornalista, laureato in filosofia con indirizzo antropologico e con approfondimenti etnografici. Un bagaglio culturale che nel libro emerge con chiarezza, tanto nella capacità di introspezione quanto nello sguardo rivolto ai mutamenti sociali, relazionali e culturali del nostro tempo.

Al centro del volume c’è il concetto di “umanoico”, termine nato dalla fusione tra umano ed elettronico, con cui l’autore prova a definire la condizione contemporanea di un essere umano immerso nella tecnica ma non disposto a farsi assorbire da essa. L’umanoico, in questa prospettiva, non è un robot né un cyborg, ma un uomo che utilizza la macchina senza rinunciare alla propria complessità, alla propria coscienza, alla propria capacità di relazione e di scelta.

Nel dialogo con Mimma Sprizzi è emerso con forza come il libro non assuma un atteggiamento né apocalittico né ingenuamente entusiasta nei confronti della tecnologia. La macchina, in L’Umanoico, non viene demonizzata: viene interrogata. È uno strumento inevitabile e potentissimo, ma proprio per questo va compreso, riportato alla sua funzione e continuamente misurato sul criterio fondamentale del servizio alla vita.

Uno dei primi nodi affrontati durante la serata ha riguardato il modo in cui gli algoritmi stanno modificando la nostra percezione della realtà. Mortelliti ha ricordato come, quando scorriamo i social, non vediamo tutte le notizie ma solo quelle che ci vengono mostrate perché coerenti con i nostri gusti o utili a determinati interessi economici e di potere. In questo senso la tecnologia non si limita a facilitare l’accesso alle informazioni: orienta in maniera invisibile il nostro sguardo, restringendo la nostra libertà di scelta e inducendoci a credere di essere informati quando in realtà stiamo ricevendo contenuti selezionati.

Da qui la necessità, più volte ribadita nel corso dell’incontro, di una nuova consapevolezza critica. Non si tratta di illudersi di poter eliminare i social o sfuggire del tutto agli algoritmi, ma di imparare a riconoscerne i meccanismi, a non subirli passivamente, a tornare a cercare le notizie e a costruire attivamente il proprio sguardo sul mondo.

Anche la forma del libro riflette questa consapevolezza. L’Umanoico adotta infatti una scrittura breve, immediata, scandita da elenchi, grassetti, pause e frequenti andate a capo, con una struttura che richiama esplicitamente il linguaggio dei social media e delle comunicazioni digitali contemporanee. Una scelta voluta dall’autore, che ha spiegato di aver voluto usare proprio le tecniche comunicative del presente per dialogare con il lettore di oggi e, al tempo stesso, per mostrare quanto la forma influenzi la percezione del contenuto.

Il volume, inoltre, rinuncia a una scansione ordinata e lineare: non presenta un indice tradizionale, cambia progressivamente sistema di capitolazione, alterna numeri romani, numeri arabi e lettere. Una costruzione che, nelle intenzioni di Mortelliti, rispecchia l’andamento stesso della vita, fatta di salti, deviazioni, ritorni e interferenze, più che di capitoli nettamente separati.

Molto significativo anche il passaggio dedicato al maschile sovraesteso, affrontato apertamente nell’introduzione del libro. Mortelliti chiarisce infatti che il termine “umanoico”, pur espresso al maschile per convenzione grammaticale, non identifica una figura maschile, ma una condizione umana inclusiva, fluida, capace di contenere donne, uomini, persone non binarie e identità non conformi. L’umanoico, dunque, non è una categoria biologica ma esistenziale: una postura nel mondo, una modalità di stare nella trasformazione senza rinunciare alla propria umanità.

Tra i nuclei più intensi emersi nel corso della presentazione c’è stato anche quello del protagonismo dell’uomo. Mortelliti lo ha spiegato con esempi concreti e immediati, come quello della Formula 1: macchine sofisticatissime, perfezione tecnica, strategie, calcoli, precisione estrema, eppure ciò che continua a fare la differenza è sempre l’essere umano. È il pilota, con la sua tenuta psicofisica, con la sua capacità di reggere la pressione e la sconfitta, a trasformare la tecnologia in esperienza, rischio, competizione, senso.

Lo stesso discorso vale per musica e poesia, che nel libro assumono un ruolo centrale come forme di resistenza simbolica. La poesia non appare come decorazione o evasione, ma come un modo radicale di abitare il mondo. In un’epoca dominata dal calcolo, dalla velocità e dalla replicazione, la poesia torna a essere lentezza, mistero, profondità, unicità. E tuttavia né la poesia né la musica esistono davvero senza l’incontro con l’altro: è nella condivisione delle emozioni che l’esperienza acquista valore, si carica di significato, si trasforma in relazione.

Anche da qui nasce una delle convinzioni più forti espresse da Mortelliti nel corso della serata: la tecnologia può facilitare la condivisione, ma il bisogno che rivela è sempre umano. Non è il desiderio della macchina, ma quello dell’uomo di raggiungere l’altro, di partecipare un’immagine, una canzone, un ricordo, un pensiero.

Accanto a questi temi, un altro momento particolarmente denso del dialogo ha riguardato il corpo e la disobbedienza. In uno dei passaggi letti durante l’incontro, l’autore afferma che l’umanoico non si oppone alla tecnica, ma chiede alla tecnica di servire la vita, non di estorcerla; chiede che la connessione non sostituisca il contatto, che il dato non cancelli l’enigma, che l’interfaccia non diventi la nuova pelle. Da qui l’idea dei “piccoli atti di disobbedienza sensibile”: non guardare una notifica, sottrarsi alla compulsione, interrompere il gesto automatico. Atti minimi, ma capaci di restituire all’individuo il senso di sé.

Per Mortelliti la disobbedienza è infatti una parola cruciale, perché rompe la convenzione, interrompe la replica automatica, apre la possibilità di una strada diversa. Dove c’è disobbedienza, suggerisce il libro, resiste ancora una parte umana viva; dove invece tutto si ripete senza scarto, senza crisi, senza deviazione, prende forma la logica impersonale dell’algoritmo.

La riflessione si è poi allargata al piano sociale, toccando il tema della trasformazione delle relazioni e dei legami collettivi. Mortelliti ha osservato come una società composta da individui sempre più isolati, più deboli e più facilmente aggredibili da logiche di mercato e di consumo, finisca per diventare una società fragile. La perdita di sistemi di protezione collettiva, di forme condivise di cura, di reti intergenerazionali e di comunità rende infatti ciascuno più esposto e più ricattabile. Una società forte, invece, è quella in cui le persone, pur nelle differenze, riescono a costruire obiettivi comuni e forme di reciprocità.

Ma è soprattutto quando il discorso è arrivato sul lavoro, la scuola e la formazione che la presentazione ha assunto un rilievo ancora più concreto. Mortelliti ha affrontato apertamente il timore, oggi diffusissimo, che l’intelligenza artificiale possa sostituire molte professionalità. E lo ha fatto evitando sia il catastrofismo sia la sottovalutazione del problema. Da un lato, ha ricordato che le macchine non “pensano” nel senso umano del termine, ma aggregano informazioni e le processano a una velocità enorme, restituendo risultati che danno l’impressione del ragionamento. Dall’altro, ha riconosciuto che la sostituzione di alcuni lavori è già in atto e continuerà ad aumentare.

Secondo l’autore, tuttavia, questo processo non è del tutto estraneo alla storia umana: da sempre l’uomo costruisce strumenti per alleggerire il peso delle attività più ripetitive e faticose. Come la lavatrice ha cambiato il lavoro domestico, così l’intelligenza artificiale e l’automazione stanno modificando molti lavori contemporanei. Il vero nodo, allora, non è solo la perdita di alcune mansioni, ma la capacità delle persone di adattarsi, formarsi, imparare nuove competenze.

Su questo punto Mortelliti è stato particolarmente netto: il problema più grave non è soltanto che alcuni posti di lavoro vengano meno, ma che spesso gli esseri umani non si stiano davvero interrogando su ciò che potrebbero imparare grazie agli strumenti oggi disponibili. In un mondo in cui l’accesso alle informazioni e alle conoscenze è immensamente più rapido rispetto al passato, diventa decisiva la disponibilità a studiare, a riqualificarsi, a esplorare saperi nuovi, a non restare fermi dentro una funzione ormai superata.

Ma proprio parlando di intelligenza artificiale, l’autore ha insistito anche su un altro punto decisivo: la macchina sbaglia. E può sbagliare anche in modo clamoroso. Per questo, ha spiegato, l’intelligenza artificiale è uno strumento utile solo se viene usata da chi possiede già una conoscenza della materia. Se manca la competenza umana, diventa impossibile riconoscere l’errore, verificare le fonti, distinguere ciò che è plausibile da ciò che non lo è.

Mortelliti ha usato un’immagine chiara: l’intelligenza artificiale può essere paragonata a un accesso rapidissimo a un’enorme enciclopedia, ma non può sostituire l’architettura mentale necessaria a leggere, comprendere e giudicare ciò che restituisce. Prima viene lo studio, poi lo strumento. Prima viene la persona che sa ragionare, poi la tecnologia che può aiutarla a velocizzare alcuni passaggi.

Da qui la riflessione sul ruolo dei professori e sull’educazione dei ragazzi nell’era digitale. Secondo Mortelliti, la scuola oggi rischia di restare ancorata a un modello ormai superato, continuando a proporre compiti e verifiche pensati per un mondo che non esiste più. Se un ragazzo può ottenere in pochi secondi da una piattaforma digitale una traduzione, un’equazione o un testo già pronto, limitarsi a contrastare il fenomeno con punizioni e voti bassi non risolve il problema. Significa soltanto lasciare intatto un meccanismo che non insegna più davvero né a pensare né a imparare.

Per l’autore, occorre allora ripensare in profondità il rapporto tra docente e studente, tornando alla domanda essenziale: a cosa serve oggi la scuola?. Se serve a far apprendere conoscenze e competenze reali, allora deve cambiare linguaggio, metodo e obiettivi. Il professore non può limitarsi ad assegnare esercizi replicabili dalla macchina, ma deve diventare sempre più guida critica, figura capace di insegnare a leggere, verificare, dubitare, interpretare, discutere. In una parola: a pensare.

L’esempio emerso durante il dialogo è stato anche quello del lavoro dell’avvocato. Un professionista inesperto che si affida ciecamente a un testo prodotto dall’intelligenza artificiale rischia errori gravissimi, persino l’uso di riferimenti normativi inesistenti. Ecco perché, anche nelle professioni, la tecnologia può essere un supporto, ma non sostituisce la formazione, la strategia, la sensibilità, il giudizio.

Ed è qui che il discorso del libro torna al suo centro: l’umanoico è colui che non si lascia espellere dalla trasformazione, ma prova ad abitarla criticamente. Non rifiuta la tecnica, ma nemmeno le consegna la propria vita. La usa, la interroga, la piega a un progetto umano, sapendo che ciò che resterà decisivo non sarà la pura esecuzione, ma la coscienza, la relazione, l’immaginazione, la capacità di apprendere e di rimettersi in gioco.

A suggellare questa visione è stato anche uno dei brani finali letti durante la serata, tra i più intensi del libro, dedicato al desiderio. Mortelliti lo definisce come una forma di spiritualità laica, incarnata, immanente: non ricerca di redenzione, ma esperienza viva. Desiderare, in questa prospettiva, significa dire sì alla vita anche quando sfugge, anche quando non restituisce tutto, anche quando tradisce. Ed è proprio nel desiderio che l’umanoico si conferma vivente.

Non un desiderio chiuso, privato, autoreferenziale, ma una tensione relazionale, una ricerca che riconosce nell’altro un enigma, una presenza che attrae, interroga, commuove e chiama a diventare altro da ciò che si è. In un tempo che tende a rendere tutto immediatamente disponibile, il desiderio appare così come una forma di resistenza, un atto poetico, politico e persino sovversivo.

L’Umanoico si rivela così molto più di un libro sull’intelligenza artificiale. È una riflessione sul presente che attraversa informazione, linguaggio, identità, corpo, desiderio, lavoro, educazione e relazioni, ma soprattutto è una domanda aperta su ciò che l’uomo può ancora essere mentre tutto intorno cambia.

Nel cuore di un’epoca dominata dalla tecnica, il messaggio emerso dalla serata appare chiaro: restare umani non significa difendersi dal futuro, ma attraversarlo senza rinunciare a studio, pensiero critico, responsabilità, desiderio e capacità di relazione.

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