È in corso di pubblicazione per la prestigiosa collana “Leucopetra – studi storici calabresi” della Pace Edizioni, l’atteso volume del Prof. Saverio Verduci dal titolo «Lo Stretto crocevia del Mediterraneo. Uomini, rotte, commerci e idee in epoca antica». Un’opera che accende nuovamente i riflettori su uno dei tratti di mare più affascinanti, mitizzati e strategicamente decisivi della storia globale: lo Stretto di Messina. Lungi dall’essere una semplice barriera geografica tra la Calabria e la Sicilia, in epoca antica, questo braccio di mare era una vera e propria frontiera liquida, un corridoio economico e culturale dove il transito delle merci ha plasmato le istituzioni, la politica e l’identità dei popoli costieri.
Il valore aggiunto di questo volume risiede nel suo rigore metodologico: l’autore non si limita a una ricostruzione teorica, ma adotta un approccio multidisciplinare che fa dialogare costantemente le fonti storiche e letterarie con i dati della storiografia locale e della moderna ricerca archeologica. I testi dei grandi autori dell’antichità, le intuizioni degli storici del territorio e i reperti emersi dagli scavi e dai fondali si integrano così in un racconto corale e scientificamente inappuntabile, capace di restituire la viva realtà di un’epoca densa di mutamenti.
Per i navigatori dell’antichità, lo Stretto era un passaggio obbligato, ma anche estremamente temuto a causa delle correnti di marea e dei venti imprevedibili. Eppure, il rischio valeva il guadagno. L’archeologia subacquea e i continui ed eccezionali ritrovamenti di materiale ceramico ci restituiscono l’immagine di un canale densamente trafficato da navi onerarie – i grandi cargo dell’epoca – cariche di ogni tipo di bene. A fare la parte del leone in età tardo-repubblicana e imperiale erano le anfore del tipo Dressel 1. Prodotte nei grandi stabilimenti della costa tirrenica tra Campania, Lazio ed Etruria, e stipate di vino pregiato, queste anfore viaggiavano verso i mercati di tutto il mondo allora conosciuto. Lo Stretto non era solo una tappa di transito verso l’Oriente o la Gallia, ma un mercato a cielo aperto: qui il vino italico si incrociava con le eccellenti produzioni locali, come il celebre vino Rheginum e il Mamertinum, dando vita a un florido circuito di commercio micro-regionale.
Con la progressiva conquista romana dell’Italia meridionale e della Sicilia, lo Stretto subisce una profonda trasformazione istituzionale. Da scenario di scontro e alleanze tra le poleis greche, l’area si trasforma in una frontiera fiscale rigidamente controllata da Roma. Entra così in gioco il portorium, l’antica tassa doganale applicata sulle merci in transito, in importazione o in esportazione. Città come Rhegium e Messana si trasformano in vere e proprie stationes portorii, ovvero stazioni doganali. Qui i funzionari dello Stato o gli appaltatori delle tasse (i famigerati publicani) controllavano i registri di bordo e riscuotevano percentuali che variavano generalmente tra il 2,5% e il 5% del valore del carico. Questa rete costiera non serviva solo a rimpinguare le casse dell’erario romano, ma rappresentava un vero e proprio presidio di sicurezza. Chi provava a fare il “furbetto”, tentando di eludere i controlli e contrabbandare merci navigando a ridosso di promontori esposti – come l’area di Capo d’Armi sul versante reggino – doveva infatti fare i conti con un sistema di avvistamento e pattugliamento capillare, strettamente connesso anche alla lotta alla pirateria.
L’economia dello Stretto, tuttavia, non si esauriva nei grandi centri urbani. La ricerca storica e topografica evidenzia l’esistenza di una fitta rete di approdi minori e stagionali, situati in corrispondenza delle fiumare e delle insenature naturali. Sul versante calabrese, questo sistema garantiva un collegamento diretto con l’entroterra aspromontano. I piccoli nodi costieri facevano da ponte tra le grandi rotte marittime e la viabilità terrestre, dominata dalla Via Popilia che univa Reggio a Capua.
A guidare i marinai in questo difficile passaggio non c’erano solo i primi fari, ma anche i grandi santuari costieri dedicati alle divinità del mare, come Poseidone o Nettuno: luoghi sacri che per i mercanti dell’epoca fungevano da rassicuranti punti di riferimento geografici, prima ancora che spirituali.
Il volume del Prof. Verduci, inserito nella prestigiosa cornice della collana Leucopetra, dimostra come lo Stretto sia da sempre un eccezionale laboratorio di integrazione mediterranea. Attraverso l’incrocio serrato tra i testi antichi, l’analisi dei reperti archeologici e il recupero delle tradizioni storiografiche locali, l’opera ci ricorda che la Calabria non è mai stata una periferia isolata, bensì una piattaforma geopolitica e strategica protesa nel cuore del Mare Nostrum. Una vocazione millenaria scritta nelle sue coste e nelle sue acque, che la storia di oggi ha il dovere di riscoprire e valorizzare.
Redazione CVNEWS

