Intervista al Presidente Nazionale di AVIS, Oscar Bianchi

L’allarme di AVIS “donazioni in calo nel 2925, scontiamo limiti strutturali”

DOMANI GIOVEDI 11 DICEMBRE 2025 DALLE ORE 7,30 ALLE ORE 11,30 L’AUTOEMOTECA DELL’AVIS PROVINCIALE STAZIONERA PRESSO PIAZZA MATTEOTTI (DI FRONTE AL COMUNE) PER UNA RACCOLTA STRAORDINARIA.

I dati dei primi dieci mesi del 2025 sulle donazioni non sono incoraggianti. Per il sangue c’è stato un calo dell’1,7%, mentre la raccolta di plasma ha segnato una battuta d’arresto con un aumento solo dell’1% rispetto al + 3,3% dello stesso periodo del 2024. Come leggere questi numeri?

Il dato da richiamare per primo è che nel 2024 Avis contava 1.311.775 soci: il numero più alto degli ultimi sette anni. Questo significa che gli italiani non hanno smesso di donare, anzi. La volontà di mettersi a disposizione del Paese è fortissima.

Se registriamo una flessione nelle raccolte non è perché i cittadini sono meno generosi, ma perché il sistema sta pagando limiti strutturali e organizzativi: la carenza di personale, la riduzione delle sedute, l’insufficiente programmazione regionale e provinciale.

È fondamentale dirlo con chiarezza: l’autosufficienza di sangue intero è garantita perché il sistema risponde alle necessità cliniche. Sull’autosufficienza di plasma, invece, l’Italia non può più permettersi rallentamenti.

Il 2025 mostra una crescita del plasma più contenuta rispetto al 2024, ma questo non cambia il punto essenziale: per raggiungere l’autosufficienza servono interventi strutturali e la piena valorizzazione del ruolo delle associazioni, che sono e restano il perno operativo della raccolta nel nostro Paese.

In questo contesto cosa può fare l’Avis?

Con una rete di oltre 3.400 sedi e più di 2 milioni di donazioni l’anno, siamo pronti a fare la nostra parte. Se il sistema vuole davvero crescere, deve metterci nelle condizioni di aumentare le raccolte. Noi, con il nostro abituale e fondante spirito di servizio, possiamo farlo.

Alla luce dei dati ci sono più donatori di sangue che di plasma (sono solo il 13,2% del totale). Vi e’ da chiedersi se il divario sia il frutto di una scarsa informazione sulla differenza tra le due donazioni

In realta’ il problema principale non è culturale. Ancora una volta il limite è organizzativo: pochi punti prelievo, pochi separatori cellulari, un’offerta non omogenea sul territorio. Questo lo vediamo ogni giorno: la domanda c’è, ma troppo spesso non possiamo soddisfarla perché le sedi non hanno sufficienti fondi per incrementare personale o non dispongono delle tecnologie necessarie.

Pertanto e’ il plasma è la vera emergenza. Una carenza questa che ci costringe ad importare oltre il 30% delle scorte di cui abbiamo bisogno. E allora cosa si potrebbe  fare per invertire la tendenza?

Per aumentare i donatori di plasma occorrono: una rete più ampia di punti raccolta attrezzati e organizzati, soprattutto associativi, così da sgravare gli ospedali e lasciare che i sempre meno medici dedichino il loro tempo prezioso alla cura; una strategia nazionale d’investimento su cui stiamo lavorando insieme alle istituzioni, che possa garantire un risparmio alla spesa pubblica; campagne coordinate e strutturate, sviluppate insieme al sistema pubblico. Il dato sulle donne è emblematico: la legge consente di donare il plasma molto più spesso del sangue intero. Questa è una potenzialità straordinaria che il Paese non sta sfruttando. Avis da sola non può colmare questi gap, ma può fare ciò che nessun altro nel sistema è in grado di fare: organizzare, chiamare e fidelizzare i donatori. È la nostra missione e il nostro valore aggiunto, riconosciuto dalla Legge 219/2005. Con le nostre unità di raccolta associative, inoltre, possiamo anche incrementare la raccolta, noi siamo pronti. L’Italia non può dipendere per il 30% da plasma raccolto all’estero, spesso remunerato, in totale contrasto con il nostro modello etico.

Non è solo un problema sanitario, è un tema di sicurezza nazionale, come ben mostrato dai dati del Centro Nazionale Sangue, che evidenziano quanto un aumento della raccolta interna possa ridurre la spesa e mettere al sicuro il Paese in caso di crisi globali.

Ci chiediamo quali sono  i passi da fare

Il primo è rafforzare la raccolta attraverso le associazioni. Le unità di raccolta associative hanno costi più bassi, maggiore capillarità e garantiscono prossimità. Avis, che da sola intercetta oltre il 65% dei donatori italiani, può essere l’elemento di svolta e metterci nelle condizioni di raccogliere di più significa accelerare verso l’autosufficienza.

Poi è necessario sostenere il modello del conto-lavoro, processo in cui il plasma raccolto in Italia viene inviato a industrie farmaceutiche specializzate per essere trasformato in prodotti emoderivati, mantenendo però la proprietà del plasma sotto la responsabilità del Servizio Sanitario Nazionale. Una volta completata la lavorazione, i prodotti finiti vengono riconsegnati per essere distribuiti ai pazienti italiani, in conformità con la normativa vigente, che garantisce che il plasma non sia commercializzato e che i prodotti ottenuti siano destinati esclusivamente all’uso clinico nazionale. Il conto-lavoro è sicuro, etico, conveniente: se arrivassimo al 100% di autosufficienza interna, il Paese risparmierebbe oltre 180 milioni l’anno.

Infine innovare il percorso del donatore attraverso strumenti come la telemedicina, i questionari digitali e i teleconsulti, che riducono i tempi, migliorano la qualità e fidelizzano. In tutto questo, serve anche una valorizzazione reale del personale infermieristico, cuore della sicurezza trasfusionale.

L’Italia può raggiungere l’autosufficienza di plasma e il sistema può farlo in modo efficace insieme ad Avis.

Infine dai dati emerge che gli uomini che donano sono quasi il doppio delle donne (il 66,2% rispetto al 33,8%), ma a che cosa è dovuta questa diversa disponibilità?

Il problema non è la minore disponibilità delle donne: nelle nostre sedi vediamo una partecipazione femminile straordinaria nel volontariato. Gli ostacoli sono sociali e organizzativi come la conciliazione lavoro–famiglia, il carico di cura sproporzionato sulle donne e i periodi fisiologici di esclusione temporanea. Avis ha un obiettivo molto chiaro: ridurre questo divario, costruendo percorsi più flessibili e facilitati, soprattutto per le donatrici over 30.

Ancora da una analisi dei dati ci chiediamo se esistauna maggiore sensibilità sul tema della donazione al nord, al centro o al sud?

La voglia di donare non cambia, ma cambiano le condizioni territoriali. Roma, per esempio, deve sostenere un sistema ospedaliero enorme e interregionale, mentre la Sardegna è straordinaria per capacità di raccolta, ma ha un fabbisogno elevatissimo di emazie per i pazienti talassemici. Queste condizioni modificano la pressione sul sistema, non lo spirito dei donatori. In tutta Italia, ovunque io vada, vedo la stessa cosa: senso civico, responsabilità, comunità. E una rete Avis che tiene insieme il Paese.

L’UFFICIO DI PRESIDENZA DI AVIS COMUNALE DI BAGNARA CALABRA

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