Lettere al Direttore
Tra pochi giorni si andrà a votare per eleggere il nuovo Presidente della Regione e il Consiglio regionale.
Alle ultime elezioni è andata a votare meno della metà degli aventi diritto. Si chiama astensionismo, ovvero sfiducia nella politica “tanto non cambia niente” – Tipico di noi meridionali, rassegnarci senza combattere, lamentarci di tutto e piangerci addosso aspettando che si compia il nostro destino.
Dunque, questo atteggiamento fatalista, che si rinnova ad ogni tornata elettorale, riguarda oltre il 40% della popolazione, tra giovani e meno giovani.
Al netto degli emigrati che vivono al nord per motivi di studio o di lavoro, ma che hanno mantenuto la residenza nel paese di origine, la quota degli assenti alle urne comprende più che altro i giovani sotto i 30 anni, i cosiddetti “neet”, ovvero quelli che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. Sono una grossa fetta dei giovani calabresi che a causa del loro stato emotivo dovuto alla inattività, perdono il significato di cittadinanza attiva,senza rendersi conto che nonsfruttanoil diritto inalienabile di decidere da chi farsi rappresentare e lasciano che siano gli altri a decidere per loro.
L’unica cosa che smuove i giovani astensionisti è la rete amicale e i rapporti interpersonali che in Calabria sono fondamentali per tradizione.
Anche perché in Calabria, con tutti i paesi e paesini che ci sono, il voto non è sicuramente libero. I politici politicanti conoscono bene il linguaggio delle false promesse e approfittano della fragilità sociale e culturale dei calabresi per accumulare voti di preferenza. Per non parlare dei condizionamenti della malavita organizzata.
Diverso è invece l’atteggiamento di quelli meno giovani. Benché la loro memoria sia corta e si basa sugli ultimi risultati tangibili, come può essere un asilo riaperto o un pullman ripristinato, negli ultimi anni anche molti di loro si rifiutano di andare a votare in quanto avviliti e scoraggiati nel vedere una sanità allo sbando, lo spopolamento di interi quartieri, i figli trasferiti al nord in cerca di opportunità, le aule scolastiche semi vuote e lo stipendio o la pensione rosicchiati dal caro vita.
La sfiducia è trasversale. Riguarda destra e sinistra. La Calabria si sente tradita dalla politica. E ha ragione.
A nulla servono le operazioni spot come il Capodanno Rai o le trasmissioni televisive che danno visibilità alle nostre bellezze naturali, se poi per curarsi bisogna andare al nord o accettare di andare al GOM dove i medici sono costretti a decidere se dare la precedenza al giovane o all’anziano tanto è il carico di lavoro a cui sono sottoposti.
A nulla serve la promessa del fantastico Ponte sullo Stretto se poi mancano i servizi essenziali, la manutenzione delle scuole, le vie di collegamento, l’alta velocità e chi più ne ha più ne metta.
Infine, nell’attuale campagna elettorale sono usciti fuori dai radar altri due temi cruciali per la nostra Regione: la corruzione e la criminalità organizzata. È più comodo elencare le cose fatte e promettere una Calabria Straordinaria se corruzione e contiguità con la criminalità riguardano molti dei candidati.
La domanda è: quindi? Che facciamo?
Facciamo che andiamo a votare se vogliamo incidere in qualche modo sul nostro futuro, se non vogliamo che siano sempre gli altri a decidere per noi, se non vogliamo essere servi invece che cittadini, se non vogliamo essere considerati moderni analfabeti, se non vogliamo che la nostra voce rimanga senza suono, se non vogliamo perdere la speranza.
Andiamo a votare e scegliamo il programma più credibile, la faccia che ci ispira più fiducia, la serietà di chi parla dei bisogni reali della Calabria e dei calabresi.
Riceviamo e pubblichiamo – Enza Barilà

