Scrivo questa lettera aperta come ringraziamento personale e con il cuore in mano al dott. Michele Calogero, il mio maestro e punto di riferimento lavorativo. Pur conoscendolo da sempre, essendo la mia famiglia originaria di Bagnara, ricordo perfettamente il giorno in cui lo connobbi di persona la prima volta: ero una ragazzina appena abilitata alla professione medica e confessai a mio padre che ero confusa su che specializzazione prendere e che avrei voluto approfondire cosa facesse il medico di famiglia.. la sua risposta fu: “è semplice.. ti porto dal vero medico di famiglia, se vuoi conoscere questa professione chi meglio di lui saprà spiegarti di tutto e di più e vedrai che avrai da imparare come mai nella vita.”
Così Michele mi ricevette in ambulatorio, con quel suo modo di far accomodare e far parlare le persone, e da quel fatidico giorno mi ha spalancato le porte per tutti i giorni a venire, quando partivo da Reggio per poi tornare la sera tardi per stare in ambulatorio con Lui, nelle Sue infinite giornate di lavoro.
Non ho alcun dubbio nel dire che tutto ciò che ho imparato da quel giorno in poi ha definito e strutturato il mio stesso concetto di medico di famiglia e tutto ciò che so della mia professione attuale che, come potete immaginare è proprio la Sua stessa strada, è nato nelle spiegazioni non solo tecniche, ma di vita fatte tra quelle mura dell’ambulatorio che sono state la casa di Michele.
In tutti quei giorni in cui sono stata con Lui ho imparato tutto.. Michele ha sempre avuto un modo di parlare che chi conosce sa essere molto didattico eppure in ogni sua parola c’era una verità da leggere tra le righe..
Ho imparato nozioni fondamentali di medicina che non ho trovato neanche nei migliori libri, ricordo primari di tutta Reggio chiamare Michele per chiedere dei consigli, ogni singola sua frase detta era una perla preziosa per la professione.
So quanto in ogni momento della Sua vita lavorativa si sia speso, facendo di tutto per tutti, in ogni cosa, organizzando i percorsi di cura ai Suoi assistiti, contattando con autorevolezza i primari dei reparti per migliorare l’accesso alle cure.
Ho condiviso con lui momenti intimi dei pazienti in cui Michele era chiamato in causa perché talmente parte della loro vita da doverne partecipare, fare da confessore più di un prete, festeggiare i traguardi di una famiglia, chiedere consigli personali, affidargli la vita.
Ricordo quando nelle pause pranzo piuttosto che mangiare un boccone il Suo primo pensiero era sempre andare a domicilio dalle persone che non sentiva da troppo tempo, perché voleva dire che c’era qualcosa che non andava… E mi diceva: “sai Francesca, andiamo mentre pranzano perché così si sentiranno più in intimità e capirai molto meglio qual è la situazione, se il paziente mangia, se sta male..” e non c’era assistito di cui non conosceva il piano di casa o il codice fiscale a memoria.
L’ho sentito piangere per degli scrupoli professionali che nessun altro medico al mondo si sarebbe posto, tranne Michele o dannarsi per capire se stava facendo tutto il possibile per ogni paziente, anche non Suo ma che comunque chiedeva aiuto a Lui.
L’ho visto fare diagnosi impossibili con i soli strumenti della conoscenza assoluta della medicina e dell’esperienza e di quelle mani che visitano sempre con maestria, come non si vede più fare.
L’ho visto, alla morte dei pazienti più cari, nei suoi momenti più umani, lasciandomi capire che per Lui non si è mai trattato di clienti, assistiti, di casi clinici, ma di persone da curare o almeno accompagnare, tutti i giorni, fino al loro ultimo istante di vita.
Ho capito da Lui cosa vuol dire prendere in carico veramente la vita dei pazienti, e lo ricordo bene quando mi guardava e mi diceva: “questo lavoro lo puoi fare in tanti modi..”, ma il modo che Lui contemplava era solo quello della dedizione assoluta e totale.
L’ho visto sempre proiettato verso un miglioramento, devo a lui l’Interesse verso competenze che esulano (solo in teoria) dalla medicina generale: tutte attività in più che aveva l’entusiasmo di condividere con me, sapendo che io avrei acquisito da lui tutto, fare ECG, holter, fare piccoli interventi di tutti quelli che arrivavano feriti in ambulatorio, sapendo che Michele li avrebbe medicati con cura maniacale anche per 2 ore se necessario, facendo di tutto per risparmiare al paziente il pronto soccorso..
Tutt’oggi , ad ogni mio momento di difficoltà durante una visita, nella mia testa mi fermo e penso: “cosa farebbe Michele adesso? ”
L’ho visto e lo vedo, essere una mosca bianca, in un mondo marcio, essere un lavoratore troppo serio e troppo per bene, troppo professionale e integerrimo, senza alcun interesse personale ed economico e per questo motivo incompreso.
Io non smetterò mai di ringraziarlo, un po’ come fa una figlia con un padre, consapevole che per un padre, non c’è niente di più bello che sapere di aver dato ai propri figli gli strumenti per camminare da soli, aver trasmesso i valori alla base della vita, e avergli trasmesso la voglia di assomigliare a loro, anche se questo è impossibile e abbiamo sempre bisogno dei papà.
Quindi, mio caro Michele, grazie di cuore a nome mio, per tutto quello che hai fatto nella tua vita e se potessi lo farei io a nome di una intera categoria che per Te dovrebbe solo alzarsi il cappello, prendere esempio e dire GRAZIE, perché se c’è un qualcuno che ha incarnato il vero significato del medico di famiglia, quello sei stato solo tu.
Con immenso affetto e gratitudine,
Francesca Frosina

