La vicenda del mega-impianto idroelettrico di Favazzina entra in una fase cruciale. Quello che era iniziato come un appello delle associazioni locali si è trasformato, all’alba del 2026, in un caso istituzionale che scuote la Regione Calabria e mette sotto pressione l’amministrazione comunale di Scilla.
L’affondo politico in Regione
Il 19 gennaio 2026 ha segnato un punto di svolta: Giuseppe Ranuccio, vicepresidente del Consiglio regionale, ha depositato un’interrogazione ufficiale indirizzata alla Giunta. Il documento punta il dito contro la mancanza di trasparenza nell’iter autorizzativo e solleva un interrogativo fondamentale: può un’opera di tale impatto industriale convivere con l’economia turistica della Costa Viola? La richiesta di chiarimenti pone l’amministrazione regionale davanti alla necessità di una presa di posizione definitiva su un progetto che molti definiscono “calato dall’alto”.
Il Comune di Scilla tra cautela e approfondimenti
A livello locale, il sindaco Gaetano Ciccone mantiene una linea di estrema prudenza. Nonostante le pressioni dell’associazione Il Gabbiano e di altri movimenti civici, la maggioranza comunale ha deciso di non chiudere totalmente la porta al progetto. Durante il consiglio straordinario di novembre 2025, l’amministrazione ha scelto di non votare la mozione di contrarietà, preferendo commissionare ulteriori studi indipendenti. Una posizione che ha generato malumori tra i cittadini, specialmente dopo l’avvio di alcuni carotaggi in località Melia nel luglio scorso, interpretati come un segnale di accelerazione da parte di Edison.
Il dossier Ziparo: i rischi tecnici e ambientali
A dare forza scientifica alle proteste è arrivato uno studio di 47 pagine coordinato dal professor Alberto Ziparo. Il documento boccia l’opera sotto diversi profili:
* Uno sbilanciamento costi-benefici: i vantaggi energetici andrebbero a beneficio della rete nazionale, lasciando al territorio calabrese solo gli oneri ambientali.
* Il rischio salinizzazione: il bacino d’alta quota (600 metri) contenente acqua marina rappresenta una minaccia per le falde acquifere dolci, con possibili danni irreversibili all’agricoltura locale.
* La tecnologia sperimentale: l’utilizzo di acqua di mare per il pompaggio è una tecnica rarissima a livello mondiale, fattore che aumenta l’incertezza sui potenziali impatti ecologici legati allo scarico di acque a temperature differenti nel Tirreno.
Dalle piazze ai tribunali
Mentre la mobilitazione popolare cresce, la battaglia si sposta anche sul piano legale. L’associazione Scilla Mediterranea ha già annunciato esposti alla Corte dei Conti e alla Commissione Europea. Al centro dei ricorsi vi è la presunta violazione delle norme a tutela della biodiversità, essendo l’area interessata classificata come Zona di Protezione Speciale (ZPS).
La comunità di Scilla e Favazzina resta in attesa di risposte chiare, divisa tra la necessità di investimenti energetici e il timore di vedere irrimediabilmente compromesso uno dei paesaggi più iconici del Mediterraneo.

