L’ultima silloge di Rocco Nassi, “Chi viju e chi non viju canti e cunti r’u me’ cori, si apre con sei componimenti che possono considerarsi manifesto dell’intera raccolta. Da “Chi no’ vitturu st’occhji mei” emerge una visione del mondo in cui il poeta, partendo dal proprio personale vissuto e dalla umana storia di una piccola città al contempo di mare e di montagne, allargherà sempre di più gli orizzonti poetici fino ad abbracciare valori e temi, gioie e dolori, vittorie e sconfitte, dubbi e certezze, angoscia e speranze nei quali tutti possiamo riconoscerci perché universali. Il poeta seduto su un piccolo spuntone, immerso in profonde riflessioni, assapora un momento di solitudine durante il quale vede trascorrere l’esistenza nella sua interezza.
Il pensiero corre a ciò che ha vissuto, con la mai sopita speranza di trovare un angolo di pace. Tutto scorre rapido e silente sotto i suoi occhi: un mondo stravolto in cui sembra prevalere il male, le lacrime delle madri e dei bambini, la morte dei tanti padri “sdarrupati”, l’aria secca e polverosa di strade in terra battuta che simboleggiano anche l’aridità di cuore, occhi muti e addolorati privi di gioia e colmi di lacrime, desiderio di vedere lo sguardo di Dio confortare e lenire tanta sofferenza. Non ci si lasci ingannare però da questo attacco cupo per pensare che il canto di Rocco Nassi si arrocchi su tristi pensieri e comunque sulla visione pessimistica di un mondo, in cui non brilli la luce della speranza. Sarebbe un errore, sarebbe fuorviante. Il poeta con questo primo componimento presenta l’antefatto di cui nutre la sua poesia e dalla cui analisi scaturisce tutta una gamma di esperienze vissute su di sé e osservate nella realtà, che danno corpo e spessore a quella incoercibile necessità di raccontare a sé stesso e agli altri quel che è accaduto, accade e potrà accadere in ognuno e che fa sì che ciascuno sia quello che è. Nei successivi componimenti, con una umanità e umiltà di cui si è forse perduto lo stampo e che costituiscono le cifre essenziali attorno a cui ruota e si annoda il canto poetico, Rocco Nassi chiarisce quale urgenza lo sostenga nel suo cimento.
Ma procediamo con ordine. “Non sugnu pueta” non è una captatio benevolentiae, non è nemmeno la civetteria del poeta che finge, mentendo anche a se stesso, di non essere un poeta “laureato” (absit iniuria verbis). “No’sugnu pueta” nasce invece dalla necessità di esprimere quanto gli urge dentro e di esprimerlo, per dare momentaneo riposo al suo cuore e per comunicare, in maniera assoluta e tuttavia carica di tenerezza paterna, con i suoi figli, ristoro al suo cuore. In questa urgenza essere o meno un poeta per Rocco Nassi è del tutto secondario. Il componimento si conclude con un verso splendido, irriducibile ad ogni parafrasi:” se scrivu è mi trovu ‘a favula mia”, segno questo indiscutibile che ci troviamo in presenza di uno straordinario poeta, il cui mezzo espressivo in questo caso è il vernacolo. Nei successivi brevi componimenti “Chianta n’ arbereju”, “U me’ penzeru e caccia l’umbri r’u to cori”, il poeta ci dice che anche la poesia, come tutte le passioni, va coltivata con amore, come se fosse una tenera pianticella, di cui con cura indefettibile va raccolto il filo raggomitolandolo, perché essa può nascere solo dalla ricerca costante della luce, nella piena consapevolezza di quante siano le brutture, allontanando quindi l’amaro della vita perché “l’anima voli chistu nommi mori”.
Ed eccoci giunti a “Scrivi ’na puisia”che costituisce il tassello finale e più pregnante della presentazione (si badi bene, questa presentazione è il portato più autentico, in senso filosofico, della ancestrale cultura popolare fatta di valori, schemi, riti, considerazioni,esperienze e riflessioni allo stesso modo, ma con modalità diverse, si perdoni il bisticcio, della cosiddetta cultura “colta”). Presentarsi significa mostrarsi per quel che si è e per quel che si vorrebbe essere: è la saggezza del vissuto che si rivela senza infingimenti, con lealtà intrisa di tutto il retaggio che arriva da lontanissime radici sempre bene infisse nella terra dei padri. In “scrivi na puisia”, la voce del poeta esplode in un canto di felicità i cui versi non possono non richiamare alla nostra memoria “I mi son un che, quando / amor mi spira, noto, e a quel modo /ch’è ditta dentro, vo significando.”
Appunto questo Rocco Nassi dice con versi di straordinaria potenza espressiva. “Scrivi na puisia” è un’agnizione o ancor meglio una epifania di così grande portata (i versi parlano da sé, vengono avanti da soli, sospinti dalla melodia interna delle parole stesse), che mette il nostro di fronte al suo destino di poeta e di uomo: i versi sono fluidi, musicali, danzanti, solenni eppure semplici, accolti e accettati con gioia e felicità. Gioia e felicità ne rivedremo in tutta la raccolta, sebbene spesso intrisa di dolore, di senso faticoso della vita, di sconforto ma anche di un mai incerto affidarsi alla pietà cristiana, che tutto avvolge e consola nel suo mantello (è una religiosità, quella di Rocco Nassi, semplice, autentica, mai incrinata dal più piccolo sentore superstizioso, è la fede sicura di chi nella vita non si perde di coraggio e innalzando una preghiera si affida fiducioso). Tutto il canto “scrivi na puisia” è irriducibile a qualsiasi tentativo di parafrasi, pena la riduzione del significato, pena la comprensione dell’afflato poetico, che ha generato il canto stesso.
Rocco Nassi scrive in vernacolo, lingua densa di storia e di cultura, matrice di civiltà e di futuro, che non rinnega il passato, ma dei cui valori fondamentali si nutre per evolversi e generare futuro, verso il quale ogni uomo, instancabile nel suo operare, si proietta. Il vernacolo ha infatti una sua dignità letteraria autonoma. Come in ogni altra lingua, anche nel vernacolo, dunque, una singola parola esprime un intero mondo di pensieri, sentimenti, è carica di storia, è carica dello stratificarsi nel tempo di valori e significati, che solo il poeta è in grado di riconoscere nella pienezza del loro significato, rinvigorendola con felice intuizione e rendendola fruibile grazie allo stile originale, che connota la sua opera letteraria. Questo vale anche per il vernacolo di Rocco Nassi. Non c’è dunque sic et simpliciter il poeta vernacolare e quello non vernacolare, innanzitutto c’è il poeta, nel nostro caso il poeta Rocco Nassi che si avvale, quale mezzo espressivo, del vernacolo, perché lo sente a lui più congeniale o ancor meglio alla sua sensibilità linguistica, lo sente a lui cosi connaturato che gli è impossibile esprimere la sua grande ricchezza poetica se non con il vernacolo.
Certamente scrivere in lingua italiana consente di raggiungere un maggior numero di fruitori, ma ciò vale per il vernacolo ligure, lombardo, veneto, calabrese etc etc. Al netto di questo rimangono l’orgoglio e l’affermazione delle proprie radici culturali; quelle raccontate da Rocco Nassi sono straordinarie, veramente uniche e davvero invidiabili. Ciò detto rimane la certezza che con Rocco Nassi ci troviamo davanti ad afflati poetici sorretti da un notevole e ricco bagaglio linguistico, che consente a questo artigiano della parola (il poeta è un artigiano della parola) di usare, con abilità e grande perizia, il ricco ventaglio della lingua vernacolare, creando un suo stile originale, ricco di sfumature, che consentono di esprimere tutta la varietà culturale della nostra terra, attraverso cui emergono le sfaccettature di affetti, sentimenti, contrasti, valori propri dell’uomo. Ci troviamo di fronte a un poeta che ha accresciuto e maturato nel tempo, e non solo sul piano stilistico, la passione poetica che, incessante, continua ad ardere dentro; ci troviamo davanti a un Rocco Nassi che ha ormai e da tempo spiccato il volo verso una poesia alta, come alta sa essere la poesia, che si esprime anche in vernacolo, quando tocca vertici espressivi.
Se dunque leggiamo le poesie di questa ultima silloge alla luce di “Chi non vitturu st’occhji mei” e “Scrivi na puisia”, non possiamo non riscontrare che tutti i temi cantati (l’amore, la gioia, il dolore, la natura in tutte le varie forme, il lavoro, le ingiustizie, la tenerezza, la fede, il desiderio di pacificazione, l’amicizia gli affetti, il senso radicato di appartenenza) si fondono in una sinfonia organica e coesa, che ci restituisce il mondo poetico di Rocco Nassi, che è il mondo della quotidianità, che si intreccia strettamente con i grandi valori e con gli ideali in cui il nostro poeta crede fermamente, sorretto com’è da una robusta fede cristiana e da una sua personale intima bontà che, in modo impercettibile, permea tutti i suoi versi che, ora in trasparenza ora sotto traccia irradiano luce di speranza anche nei momenti bui.
Prof.ssa Lucia Calogero
POESIE
Chi no’ vittiru st’occhji mei
Quandu mi viju sulu
mi ssettu supr’ô bizzolu
mi sentu ’a me’ vuci
mi ṭṛovu ’a me’ paci.
Mi viju se r’inṭṛa ’i mia
cangiau ’a puisia
pe’ stu mundu ch’è malatu
pe’ nu mali ch’è ʼntanatu.
Chi no’ vittiru st’occhji mei:
mani ’i mari ʼntê canceji
e ʼnta l’aria ’a purvirata
r’i ṣṭṛatuni senza ṣṭṛata.
Chi no’ vittiru st’occhji mei:
gràlimi ’i mammi e ’i figghjiolej
e ’i paṭṛi ʼntê sdarrupi
morti ’i fami com’i lupi.
Chi no’ vittiru st’occhji mei:
tanti occhji senza preji
ma ch’i gràlimi nu disïu:
mi si viri l’occhju ’i Ddiu.
Scrivi ʼna puisia.
Scrivi ʼna puisia
c’’a pinna r’u cori,
singhila aundi veni
prima pemmi mori.
Scrivi ʼna puisia
supr’ô muru r’a to’ casa,
scrivila r’inṭṛ’a stanza
e teni ’a porta chjusa.
Scrivi ʼna puisia
aundi ʼnc’è acqua frisca
e mbìvindi cchjù chi ppoi
’u sai ca ti rrifrisca.
Scrivi ʼna puisia
rrirendu o ciangiendu,
’a cuntentizza resta
’u chjantu s’’u leva ’u ventu.
Scrivi ʼna puisia
c’’u gissu â lavagna,
pitta cu sti paroli
’u mari e ’a muntagni.
Scrivi ʼna puisia
supr’all’apparècchju,
’i nuvuli si canziunu
e ’u suli ti fac’i specchju.
Scrivi ʼna puisia
pe’ stu mundu ch’è malatu,
certu no’ cangi ’a sorti
ma mancu perdisti hjatu.

