Venerdì 23 Maggio è stato presentato, al Salone della Pro Loco di Bagnara Calabra, la diciottesima fatica del professor Vincenzo Laurendi. Si intitola “Odio mio figlio”, un romanzo sulla pedofilia e la violenza ma che, come ha specificato l’autore, “Non vuol essere un attacco mirato alla Chiesa, ma a una pratica diffusa e purtroppo insabbiata, dato che si può trovare ovunque”, che ha visto la collaborazione dell’artista Maria Concetta “Magilla” Torre per la copertina, di Martina Muci per il dialetto salentino e della professoressa Sara Nomellini per il fiorentino. Saluti istituzionali da parte del Presidente Bruno Ienco, che ha fatto gli onori di casa, mentre il Consigliere comunale Rocco Fedele ha introdotto l’argomento parlando della protagonista Milena, una ragazzina pugliese di tredici anni come tutte le altre, la quale si trasferisce a Roma per una nuova vita. Sogna soltanto di ballare e costruire un futuro col suo ragazzo, Daniele. Un giorno, viene violentata da un vescovo, e infilata in un processo-farsa. Per giunta, rimarrà incinta e il suo ragazzo finirà in prigione, accusato di aver ordito una truffa ai danni del suddetto vescovo. Verrà ripudiata dai genitori, credenti fino all’integralismo, e non potrà abortire. Il figlio, già accolto con estrema sofferenza, susciterà l’odio della ragazza. Finché, anche a lui, non succederà la stessa cosa capitata alla madre. La palla è poi passata alla Dottoressa Maria Stella Cosoleto, Psicologa, che ha analizzato i risvolti della mente contenuti nel libro, tra cui la manipolazione e la colpevolizzazione delle vittime, le quali diventano incredibilmente carnefici, contornate da frasi come “se l’è cercata” o “era vestita in modo troppo provocante”. La Dottoressa Cosoleto ha pure chiesto all’autore il motivo di tale titolo che potrebbe essere fuorviante: “Il titolo non è una frase di rancore verso un povero bambino che, alla fine, non ha colpe, ma un urlo di dolore di una ragazzina di appena tredici anni che si ritrova con una maternità indesiderata e troppo anticipata, quasi a voler dire «Per colpa vostra, della vostra sete di potere, delle vostre macchinazione e della vostra libidine mi ritrovo ad odiare il frutto del mio grembo», una cosa quasi impossibile per una madre, in quanto Milena subirà non solo uno, ma cinque abusi. Quello patriarcale innanzi tutto, quello temporale, quello politico, quello criminale, del cosiddetto «Stato nello Stato» e quello giornalistico, o meglio, della disinformazione”.

