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Handicap, disabilità,e invalidità civile – di Rosario Rito

  • Categoria: Sociale

Rosario RitoRosario RitoRelazione di Rosario  Rito che nei giorni scorsi a Bagnara, ha partecipato alla manifestazione ‘Tre libri un’ora’. 

Uno o forse anche il peggiore abbaglio che a prima vista, può allontanarci dal significato di una persona normale, soprattutto sotto l’aspetto sensitivo non sta unicamente nel confondere l’immagine dalla sua realtà. Anzi, questo è il danno minore, poiché, come l’essere normali è solo una questione di punti di vista, l’uso delle parole che noi usiamo per identificarla, non sempre è corretto, non solo perché esse feriscono l’animo di chi le sente, ma principalmente, perché, oltre a dare tutto per scontato, creano solitudine ed emarginazione forzata.

Solitudine interiore che nasce dalla sensazione o sentirsi inferiori agli altri; emarginazione perché il nostro soffermarci all’apparente, ci conduce, come e giusto che sia, a dare tutto per scontato anche se poi, ciò che vediamo o immaginiamo che fosse o sia, nella sua identità, tanto scontato poi non è.

In questa occasione cercheremo, senza troppe pretese intellettuali, di esaminare i tre sinonimi principali che noi diamo a una persona con particolari o importanti limitazioni oggetti o cognitive, cercando di capire se l’apparente, corrisponda al reale o se il reale sia nascosto nell’apparente. Questi tre sinonimi sono: ‘Handicappato’, ‘Disabile’ e ‘Invalido civile’che, se anche sono state cambiati te tempo, sono stati addottati e ne vedremo il perché, in modo improprio sulle persone con limitazioni fisiche oggettive o cognitive. Termini o sinonimi che oggi a soggetti senza grave patologie cognitive o sensoriali, sono stati sostituiti con il termine ‘Diversamente abile’, pur sapendo che, sotto l’aspetto del proprio fare, vi è una gran differenza tra Agilità corporea e Destrezza soggettiva.

La prima, appartiene al logico, naturale, al comune; la seconda, alla volontà di risolvere una difficoltà o limitazione per poter realizzare un desiderio, raggiungere uno scopo che nella loro concretezza, si racchiudono in un realizzare sé stesso.

Iniziamo col dire che nel dizionario della lingua italiana vi sono diverse definizioni della parola o termine ‘Handicap’, ma cercheremo di esaminarne solo la quarta, dato che è la più congeniale alla nostra riflessione. ‘Incapacità di provvedere da sé, interamente o parzialmente, alle normali necessità della vita individuale e sociale, determinata da una deficienza congenita o acquisita, fisica o psichica, e da una conseguente incapacità a livello della persona che comporta conseguenze individuali, familiari e sociali’.

Leggendola velocemente per imparare in modo specifico cosa vuol dire o significasse il termine ‘Handicap’, la spiegazione e perfetta, è chiara, ma se ci soffermiamo un attimo a riflettere sulla nostra condizione umana che è per sua natura piena di limiti, difficoltà, ostacoli, credo che non ci resta che chiederci: “Se sotto il punto teorico, vuol dire anche Ostacolo, è corretto dare dell’handicappato esclusivamente a una persona in carrozzina, non vedente o sordomuta?”.

Beh. Pensandoci bene credo proprio di no e non soltanto perché col passar del tempo, il termine ‘Handicappato’, non è più nel nostro linguaggio quotidiano, ma dal fatto che se ‘Handicap’, vuol dire ‘Ostacolo’ e considerando che come persona si nasce, limiti si possiedono, un linguaggio non perfetto, delle gambe inferme od occhi non vedenti, siamo certi che siano l’uniche certezze da cui possiamo definire una persona handicappa o addirittura, non sana?

Io, come tutti, son nato con una testa, due braccia e due gambe, attaccate al tronco del mio corpo. Non ho capito il perché non sono nato sano. O la lingua italiana non è compressibile o è proprio vero che il peggiore handicap è quello che non si vede, giacché, si può avere un corpo perfetto, essere agili nei movimenti, avere una vista perfetto e un linguaggio sciolto o una voce chiarissima, ma se non si sa distinguere una persona sana da una senza un braccio o gabba, il problema che si possiede è serio. Non è più visivo, ma sensitivo.

Gli Handicap ancora peggiori, son quelli che non ci fanno o danno la consapevolezza di saper distinguere l’orgoglio dall’obiettività, la cattiveria dalla razionalità, l’avere dall’essere e soprattutto, il proprio benessere dall’egoismo e molto altro. Tutti siamo ostacolati nella pace dei sensi e con ciò, prigionieri di egocentrismi che in modo silente, non solo si rendono chiavi del proprio io.

Siamo di fronte a sensazioni e sentimenti in rivalità tra essi che come è normale che succeda, danneggiano la nostra emotività, non robot o atomi una funzione di un qualcosa.

Forse è questa, anche se sappiamo che non è vero, la causa principale che il termine ‘Handicappato’ è stato sostituito con ‘Disabile’: non abile o meglio, una persona che in sé ha o possiede, un’evidente mancanza di agilità nei movimenti, cognitivi o mentali.

Per verificare se ciò è vero, bisognerebbe, non solo vedere la prontezza dei riflessi di una determinata persona o la capacità del saper camminare autonomamente, se possiede una perfetta vista o un linguaggio ben chiaro, anche perché se tutte questa cose raffigurano o rappresentano la normalità della stessa, lo stesso essere normale, non sta nella possibilità di fare le cose, ma nella capacità di ricercare un giusto metodo di affrontare e con ciò, risolvere in modo corretto o artigianale una propria difficoltà o impedimento. Come infatti, se il mangiare con la mano destra sia corretto, il farlo con la sinistra, non a niente in comune con la capacità o possibilità di avvicinarli cibo alla bocca.

Come l’avvicinare il cibo alla bocca, non ha niente in comune se sia corretto farlo con la mano destra o sinistra, ma è solo una questione di comodità o scioltezza di un arto, l’identica cosa, l’abbiamo riguardo al tutto il resto del nostro corpo; alla gradazione della vista, alla voce molto e meno chiara a un’altra persona, al camminare più o meno veloce di un altro e via riscorrendo.

Se da un lato con l’agilità dei movimenti corporei, ci viene più semplice o addirittura, naturale fare le cose, dall’altro, ci rende inconsapevoli, non solo della dissimilitudine tra camminare con le proprie gambe e il potersi muovere liberamente, ma principalmente di quella che esiste tra libertà del fare e possibilità di poter raggiungere un determinato risultato, una realizzazione di un sogno, desiderio e quant’altro. In parole semplici: il proprio realizzarci che non avviene solo attraverso lo studio, la preparazione, il sacrificio di imparare le basi essenziali di ciò che vorremmo fare, ma principalmente dalla volontà e capacità di trovar il o un adeguato modo o un sistema per poter raggiungere un determinato risultato.

È proprio la volontà e la caparbietà del voler raggiungere che ci conduce a non confondere la capacità del fare con la possibilità del creare, anche perché, se pur vero che  ogni parte del nostro corpo, ha le sue funzioni specifiche, ciò non toglie che una di esse, non possa sostituirne un’altra. Ad esempio, scrivere con la mano sinistra, perché essa è più agile della destra o lo si fa con maggiore scioltezza.

La prova più incredibile, che questo che stiamo dicendo è vero, è che esistono persone che non avendo la possibilità di usare braccia e mani o addirittura prive che scrivono e disegnano con il piede o la bocca, riuscendo a creare dei capolavori artistici che sembrano fatti da mani esperte e precise. Altri che non possono parlare che comunicano fissando le lettere dell’alfabeto su lo schermo di un computer o, persone che come me, invece di accendere un accendino con una mano, ne usano due e via discorrendo.

Il ciò, ci conduce a sottolineare con assoluta certezza che  non esiste una diversa abilità, ma bensì, una propria destrezza, un proprio modo di fare per poter raggiungere e soprattutto che non occorre una libera scioltezza nei propri movimenti per realizzare ciò che ci piace, amiamo e soprattutto, che oltre a farci sentire vivi, ci rende membri del mondo comune e non soggetti bisognosi d’assistenza e commiserazione gratuità.

La disabilità non è un limite, ma una realtà d’essere che convive con il soggetto persona e sta al soggetto stesso a non farla rimanere nel complesso di inferiorità nei confronti di chi lo circonda. Persone  si nasce, Destri si diventa, Normali non lo si è, dato che non c’è né uno che faccia una cosa, come o identicamente la fa un altro.  A ognuno la sua destrezza!

Se fin qui, i termini usati possono essere dichiarati abbastanza leggeri, c’è anche da dire con molta determinazione che nonostante - anche se in modo non adeguato -, sotto la lingua italiana, molti progressi sono stati fatti, c’è né una che oltre a batterli tutti dal punto di vista etico, non ha nulla in camune con la cosiddetta disabilità, che come abbiamo visto, è uno stato d’essere con cui convivere e ancor di più o a maggior ragione, con la diversa abilità.

Questo termine che dura da secoli e che al mio parere è anche la più grande discriminazione verso una persona con mancanza di perfette agilità motorie o visivi rispetto a un’altra che è ‘Invalido civile’. Anzi, se ci pensassimo un po’, non ci verrà molto difficile comprendere che non esiste una discriminazione peggiore di questa, anche perché come la validità o l’invalidità, la si dà o possiamo dare agli oggetti, l’essere incivile non ha nulla in comune con una anomalia fisica, corporea o agilità nei movimenti del soggetto. Anche un cerebroleso se viene impedito di fare qualcosa, reagisce. Provare per credere.

Incivile, perché non connette perfettamente anche le minime cosa? Non credo.

L’Invalidità civile se si potesse addossare a una persona, bisognerebbe associarle alla mancanza di civiltà in essa e non alle sue difficoltà motorie, visive o altre cose del genere. La mancanza di civiltà, conduce all’egoismo personale, a prendersi  gioco dei più deboli, a pensare esclusivamente al proprio bene, piuttosto che al benessere comune. Conduce a uccidere con la convinzione d’amare, quando invece l’amore verso l’altro significa, rispettare le sue libertà, considerare i suoi bisogni, lasciarlo libero nelle sue scelte. Senza questa disponibilità responsabile, non si ama, si vuol semplicemente bene. Amare significa ‘Disponibilità d’animo’. Tutto il resto è bene per il proprio io, camuffato in dolore, sofferenza, mai esistita.

Chi ama, non ammazza per essere amato, ma soffre per non esserlo. Chi ama, non pensa al suo bene, ma al benessere comune. Chi ama, non confonde il suo egoismo di possedere l’altro o l’altra, ma sé stesso e per poterlo fare, dovrebbe cercare il coraggio o l’attenzione di non farsi guidare dalla propria emotività contorta ed egocentrica. Lasciarsi guidare dalla propria emotività, soprattutto quando essa è ingestibile, significa essere servitori di un io, sprovvisto del proprio sé.

Ecco il vero motivo del perché è più comodo volersi bene che amarsi; cercare il proprio benessere, anziché quello comune. Chi si vuole bene, è sempre condizionato dal suo volere e non ha nessuna considerazione del benessere altrui.

Essere incivile, significa ad esempio fare guerre insensate come quelle in corso e a tal proposito, se handicap vuol dire ‘Ostacolo’, ‘Difficoltà’ nel poter percepire qualcosa, non è Handicappato, ma più concretamente, un ‘Incosciente dei proprio sé’, al servizio di un io che oltre a perdere l’uso della ragione, a smarrito le autentiche potenzialità del proprio significato di essere umano. Un uomo potente, senza senso di civiltà, rimane solo un maschio senza potenzialità. Esattamente come ci identificano appena nasciamo. Anzi, il tempo per codesti soggetti, se fermato lì, dato che gli anni trascorsi, lo studio, le sofferenze provate, l’età avanzata, l’hanno lasciati al momento della nascita e le sue credenze di o poter essere, li hanno condotti allo smarrimento del senso civico nei confronti dei propri simili.

Chi crea o fa la guerra contro un altro, non sottopone un popolo al suo volere, ma il suo essere al più insignificante e degradante modo d’essere maschio o meglio, uomo senza umanità.

Il vero potere di un uomo guerriero, non sta nella potenza di costringere gli altri  al proprio volere, ma nella potenzialità di considerare il suo simile fonte di confronto e ricchezza verso un sé stesso, vittima del proprio egoismo e penoso nel suo credere di essere.

Solo nel momento in cui prenderemo effettiva consapevolezza che ogni persona nasce limitata e tutti possediamo i nostri handicap, solo allora saremo in grado, non solo di non confondere, l’agilità dei movimenti dalla destrezza, ma soprattutto che il peggior handicap è quello che non si vede, anche perché, come la maggior agilità sta nella propria destrezza e l’invalidità negli oggetti, ritengo che disabili si nasce, handicappati si diventa. Invalido non lo è nessuno. Incivili un po’ tutti perché non siamo perfetti, ma invalido nessuno, poiché tutti siamo nati da un ventre materno.

Ciò che conta è non perdere il proprio Sé, per servire un Io privo di senso, come privi di lucidità sono coloro che noi chiamiamo ‘Falsi invalidi’. Chi finge di non avere la vista, non camminare o serre sordo-muto, non è affatto un falso invalido, ma un incosciente di ciò che madre natura gli ha donato.

I falsi invalidi sono proprio coloro che noi chiamato ‘Handicappati’, ‘Disabili’ o addirittura ‘Ammalati’, poiché loro possiedono la coscienza del proprio sé e con esso, costruiscono ciò che si chiama ‘Vivere’ e il sentirsi vivo, non è altro che essere fonte di pensiero, sensazione ed emozioni. Il resto non ha senso.

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