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BIBLIOTECA DELLA CALABRIA Le ragioni del sud

RagioniRagioniTito Puntillo
Dopo Gaeta, Francesco II° incoraggiò da Roma la guerriglia che i Briganti conducevano contro i Sardo-Piemontesi, alla ricerca di gloria sul campo di battaglia e in difesa di un Re ormai lontano.
Ma fu anche una guerra pregna di odio che darà luogo a faziosità successive e interpretazioni pilotate secondo i casi. Oggi la revisione storica consente di ragionare pacatamente sugli avvenimenti, perché l’opposizione meridionale all’Unificazione (Annessione?) non fu solo dei contadini e dei Briganti. Si sviluppò invece fra intellettuali d'avanguardia, che pubblicarono scritti di denuncia verso un Plebiscito artefatto, cioè l’inizio di uno Stato Unitario basato sulla menzogna e fu questo un peccato originale le cui conseguenze ancora oggi s’avvertono come una risonanza di fondo. Giuseppe De Tiberiis ha raccolto in questo volume, quattro esempi di notevole valore storico e documentario, che bene attestano come l’opposizione meridionale all’Unità, si basasse su verità incontrovertibili e necessità negate. -
 
FRANCESCO PROTO DUCA DI MADDALONI, Mozione d’inchiesta del deputato F.P. presentata al Parlamento italiano il 20 dicembre 1861;
- PIETRO CALÁ ULLOA, Delle presenti condizioni del Reame delle Due Sicilie (Italia 1861)
- ENRICO CENNI, Delle presenti condizioni d’Italia e del suo rinnovamento civile (Napoli 1862)
- GIOVANNI MANNA, Le province meridionali del Regno d’Italia (Napoli1862)
 
Lo scritto di Calà-Ulloa si evidenzia per la fervente animosità colla quale il capo del governo napoletano in esilio si oppone al celebre “Rinnovamento Civile” basato su innovazioni radicali che troppi contenuti estranei mostrava verso la realtà del Mezzogiorno d’Italia. L’Unità fu una vera pianificazione nel senso di livellamento dei Mezzogiorno ai canoni di governo e sociali del Settentrione e per questo era un pericolo esiziale che attentava alle istituzioni le più antiche, nobili e radicate, saldamente accettate e vissute dal mondo meridionale.
Da questo punto di vista, la politica piemontese appariva profondamente diseducativa e non certamente il requisito per conseguire “L’Unità perfetta”. Così il senatore Giovanni Manna, patriota e studioso insigne. All’epoca del Plebiscito e subito dopo, queste nobilissime voci si persero nel marasma illusorio dell’Unificazione e della relativa ipocrisia galoppante, che caratterizzò da subito i deputati meridionali messisi al soldo del Di Cavour fin dal tempo dell’avanzata dei Garibaldini verso la nostra Capitale.
E queste voci parvero all’epoca, come tante Cassandre gracchianti, quando i fatti, già da subito dopo, mostreranno il contrario.
Nacque da queste prime azioni riflessive, la Questione Meridionale, che mai si sopì. L’azione governativa verso la minoranza meridionale ha mutata fisionomia nel tempo. E’ passata dalla contrapposizione operaistica sui contadini, all’impresa di Libia, il Colonialismo, le necessità industriali del Nord, lo sviluppo diseguale e la conseguente migrazione che nei giovani, continua oggi imperterrita.
Una Questione Meridionale che non si risolve, perché come cennato, l’errore fu iniziale e da quell’errore, ebbe inizio un processo che è irreversibile.
Spetta ai Meridionali, una volta presa coscienza di essere Meridionali ed eredi di un passato di forte spessore agricolo e marittimo, intraprendere l’idea che il futuro del Mezzogiorno è nel Mediterraneo, perché questa è e resta una realtà fatale.
 
GIUSEPPE DE TIBERIIS, Le ragioni del Sud, ESI ed., Napoli 1969
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